21 OTTOBRE 2019

Lunedì, 29a Settimana del Tempo Ordinario

Feria

Rm 4,20-25

Lc 1,69-75

Lc 12,13-21

 

Il filo conduttore delle letture bibliche di questa giornata è la grande tematica della vita. L’apostolo Paolo, intendendo fondare con argomenti biblici la dottrina della giustificazione per fede, usa la narrazione dell’alleanza di Dio con Abramo, in cui Dio prende l’iniziativa e si impegna fedelmente. Dio gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo, e Abramo, nonostante sua moglie sia sterile, crede alla parola del Signore. L’esperienza di Abramo è importante, dato che da essa emerge con chiarezza la gratuità dell’iniziativa spontanea di Dio nel manifestare la sua misericordia, senza alcun credito precedentemente acquisito da parte di coloro che godono della grazia divina. Identico il tema centrale della pagina evangelica: la vita. Il contesto è

un conflitto tra fratelli per la spartizione dell’eredità: un fenomeno antico quanto l’uomo, come ci conferma il fatto che il primo omicidio sia un fratricidio. Qui Gesù offre un’indicazione fondamentale, se non un’ammonizione, utile per orientare la vita: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede» (Lc 12,15). L’attaccamento viscerale al denaro è la radice di tutti i mali (cfr. 1Tm 6,10). La stoltezza rimproverata da Gesù nel Vangelo odierno consiste proprio in questo: dimenticare che la vita, in tutte le sue dimensioni, è un dono. Una grazia da condividere, e non già da spremere soltanto a proprio vantaggio. La ricchezza accumulata in maniera compulsiva acceca l’uomo, motivo per cui è qualificato come “stolto”. Non vede che, oltre la siepe, si profila la morte. Il ricco è un insensato perché si muove dimenticando totalmente che la sua vita è un dono, che gli può essere richiesto in ogni momento (cfr. Sap 15,8). Non si può vivere sempre assillati dal terrore della morte, ma è ugualmente vero che chi decide di rinchiudersi nella gabbia del proprio egoismo è un morto che cammina. «Che cosa farò?» è un interrogativo ricorrente negli scritti lucani. I beni materiali formano, nel loro insieme, un’abbondante tavola imbandita da Dio stesso a beneficio degli uomini, a partire dalla creazione. Il problema sorge quando l’uomo, da amministratore saggio dei doni, si arroga il diritto di diventarne padrone esclusivo ed escludente. Viviamo in un’epoca che si può definire “ansiolitica”: il problema è che «l’ansia non ci sottrae il dolore di domani, ma ci priva della felicità di oggi» perché l’ansia è figlia dell’incertezza.

 

 

22 OTTOBRE 2019

Martedì, 29a Settimana del Tempo Ordinario

Memoria Facoltativa di San Giovanni Paolo II

Rm 5,12.15b.17-19.20b-21

Sal 40,7-10.17

Lc 12,35-38

 

Per esporre la triplice dimensione di questa liberazione, cioè dal peccato, dalla Legge e dalla morte, Paolo inizia un confronto che descrive la situazione dell’essere umano prima e dopo Cristo

Gesù Cristo è il liberatore. Per mezzo di lui è arrivata la redenzione e la vita eterna per tutti. Gesù è il “secondo” Adamo, antitetico rispetto al nostro progenitore. Il primo essere umano non ebbe fede nel suo Creatore, ha disobbedito e ha rotto la sua amicizia con Lui. Al contrario, Gesù è il “nuovo Uomo”, il nuovo Adamo, assolutamente fedele e perfettamente obbediente, che dà la sua vita per ristabilire la nostra amicizia con Dio. Il tema centrale del brano evangelico di Luca è la seconda venuta del Signore nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, come si professa nel Credo: «E di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti». La parentesi che separa il cammino del fedele da questo appuntamento inevitabile è il tempo dell’attesa operosa. L’idea più importante del brano evangelico è l’invisibilità del padrone che, dopo aver affidato un patrimonio da coltivare e mettere a frutto, si defila, senza però abbandonare i suoi al proprio destino. In questo modo di operare di Dio risiede anche il mistero della libertà accordata all’uomo, che può scegliere come gestire il dono della vita senza pressioni fisiche, senza sentire una presenza incalzante. Tenere i fianchi cinti: In questo gesto, il servizio in nome di Dio è stato elevato al rango di sacramento dell’amore, all’interno dell’eucaristia che permette a colui che la riceve

di avere parte alla vita di Gesù (cfr. Gv 6,30-58). Non a caso, il quarto Vangelo narra l’ultima cena con la lavanda dei piedi. A Pietro che cerca di schermirsi da quell’iniziativa, “indegna” per il Maestro, Gesù dice: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8). Lavare i piedi ai fratelli è un gesto che il Maestro affida ai suoi discepoli come emblema dello stile di vita da portare a tutte le nazioni. Si attende con speranza il ritorno del Maestro cingendosi i fianchi, ossia servendo i fratelli nella fede, annunciando e facendoli partecipare della salvezza offertaci in pegno nell’eucaristia.

 

 

23 OTTOBRE 2019

Mercoledì, 29a Settimana del Tempo Ordinario

Memoria Facoltativa di San Giovanni da Capestrano

Rm 6,12-18

Sal 124,1b-8

Lc 12,39-48

 

Paolo afferma che il cristiano, una volta accostatosi al Mistero pasquale di Cristo morto e risorto, non vuole più saperne del peccato e delle sue terribili conseguenze. Il fatto che la giustificazione di Cristo ci faccia tutti redenti e porti vita e libertà per tutti non significa che il peccatore possa continuare a peccare allo stesso modo di prima o addirittura di più, abusando della sua libertà in Cristo o provocando Dio in modo che manifesti ancora di più la sua grazia. L’autentico cristiano si considera morto a causa del peccato e vive esclusivamente per Dio in Cristo Gesù. Perciò, non essendo più sottoposto alla Legge, ma sotto la protezione della grazia, il cristiano viene esortato a offrire il suo corpo e tutto il suo essere per praticare soltanto il bene, l’amore reciproco e la giustizia; è chiamato a consacrarsi interamente al servizio di Dio a favore degli altri. La domanda di Pietro: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche

per tutti?» (Lc 12,41) apre l’orizzonte alla dimensione comunitaria della vigilanza. La parabola di Gesù si rivolge a tutti i membri della comunità ecclesiale, ciascuno dei quali è invitato a svolgere il suo compito con fedeltà, quotidianamente, senza rimandare nulla a domani. Fra coloro che sono chiamati alla vigilanza, i detentori di ruoli di guida all’interno della comunità, hanno una responsabilità maggiore. La grande sfida di servire Gesù Cristo e il suo Vangelo, anziché servirsene, riguarda in primo luogo i capi, gli animatori delle comunità. Chi siede a capotavola deve assicurarsi che gli altri abbiano avuto la loro razione prima di servirsi. Gesù elogia l’amministratore onesto e saggio, colui che non si fa irretire dal fascino del potere e che gestisce le risorse con il doveroso distacco. «Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi» (Lc 12,43-44). La gestione dei

beni della terra nell’equità, nella giustizia, nella trasparenza, sono temi di grandissima attualità nel mondo contemporaneo: un mondo flagellato dalle avidità. In queste parole è importante prestare attenzione all’atteggiamento del servo infedele, che in cuor suo si convince che l’arrivo del Signore è lontano, e al riferimento finale agli infedeli. Stoltezza e ateismo appaiono in coppia nei Salmi (14,1; 53,2): «Lo stolto pensa: “Dio non c’è”». Per chi decide di escludere Dio dal proprio cuore non sarà certamente facile accogliere il prossimo e riconoscerne il disegno divino per lui. La lotta iniziata da Cristo nel cuore del discepolo missionario, grazie all’azione dello Spirito nel battesimo, rappresenta una dimensione centrale dell’annuncio e della testimonianza cristiana. La missione della Chiesa, proprio perché mossa dalla certezza della vittoria e dell’amore misericordioso, non teme la lotta contro il male, in tutte le sue forme. Ai credenti, a cui molto è stato dato, molto viene chiesto di offrire, proclamare e condividere grazie all’annuncio esplicito e fiducioso che la salvezza dal male e dalla morte viene solo da

Gesù Cristo.

 

 

24 OTTOBRE 2019

Giovedì, 29a Settimana del Tempo Ordinario

Memoria Facoltativa di Sant’Antonio Maria Claret

Rm 6,19-23

Sal 1,1-4.6

Lc 12,49-53

 

 

Nei testi biblici di questa liturgia è possibile scorgere una tematica comune: la libertà accordata da Dio a ogni persona umana, l’uso che se ne fa e le responsabilità che ne conseguono. Pur nella sua brevità, il brano del Vangelo di Luca contiene un messaggio vibrante, così forte nei toni e nelle immagini che non può lasciare indifferente nessun ascoltatore. Si tratta innanzitutto di un discorso che trasmette un senso di imminenza dinanzi alla quale è necessario prendere una posizione. La manifestazione di Dio nella Persona di Gesù Cristo ha acceso una fiamma nella storia dell’umanità e in quella dei singoli. Una Parola simile al martello che, quando colpisce la roccia (cfr. Ger 23,29), fa sprizzare mille scintille. «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra» (Lc 12,49). Nel brano, il fuoco è collegato alle risposte contrastanti che la persona e il messaggio di Gesù suscitano: la divisione, non soltanto fra estranei ma persino fra i membri della medesima

famiglia. Il fuoco che Gesù venne a portare sulla terra è connesso, in maniera evidente, con il suo battesimo. Quando avrà luogo il suo battesimo, ossia la sua passione, allora anche il fuoco che egli è venuto a portare, cioè il dono dello Spirito, si accenderà. Così, con due figure retoriche, Gesù descrive il mistero pasquale e il frutto che egli ha portato per noi. Luca deve essere stato testimone di molti conflitti familiari durante i suoi viaggi missionari in tutto il mondo. Molti di questi conflitti avvenivano nelle stesse sinagoghe, come è evidenziato dai racconti contenuti negli Atti, a causa dell’accettazione dell’annuncio da parte di alcuni e del rifiuto da parte di altri. Gesù: è lui la fonte dell’amore. quando qualcuno diventa seguace di Gesù non solo impara ad amare veramente i suoi stessi familiari, ma abbandona ogni avidità e ipocrisia, ogni egoismo e discriminazione, aprendo il cuore alla fraternità universale, accogliendo con sincero amore persone diverse da sé per religione, etnia, cultura, colore della pelle, status sociale: persone fino ad allora sconosciute. La pace è una costante nei discorsi di Gesù (cfr. Mt 5,9) e nelle sue reazioni,

anche a fronte di provocazioni e di violenza: è il Principe della Pace, è la «nostra pace» (Ef 2,14). Tocca a chi è interpellato da Gesù decidere in quale campo impegnarsi. Il fuoco che Gesù offre riscalda i cuori, soprattutto di coloro che non sanno dove andare. Che ci accompagni Lui, come fece in incognito con i discepoli di Emmaus, che al termine di una giornata faticosa e avvilita professarono: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).

 

 

25 OTTOBRE 2019

Venerdì, 29a Settimana del Tempo Ordinario

Feria

Rm 7,18-25a

Sal 119,66.68.76.77.93.94

Lc 12,54-59

 

Paolo conosce molto bene il dramma interiore che ogni persona vive, specialmente quando si sforza di seguire il sentiero della perfezione. Attraverso la ragione e la volontà, l’essere umano comprende e desidera fare del bene, conformemente ai comandamenti, ma incontra in sé una tendenza, un impulso a compiere il male. Ciò dimostra che è schiavo e ha bisogno di una forza liberatrice che non può venire da lui. Chi osserva fedelmente la Legge deve prestare la massima attenzione per non cadere nel grave peccato dell’orgoglio, come il fariseo nel tempio che,

disprezzando gli altri, si considerava giusto dinanzi a Dio, contraddicendo ciò che dice la Scrittura: «davanti a te nessun vivente è giusto» (Sal 143,2). Può anche darsi che non abbia il coraggio per procedere sino al passo successivo, là dove la Legge stessa conduce. Nel richiamo di Gesù alle folle, che sanno discernere i segni della natura con la loro esperienza e intelligenza, due mancanze sono rimproverate dal Maestro Divino: l’incapacità di discernere il tempo presente e l’incapacità di giudicare ciò che è giusto. Sanno interpretare il tempo cronologico e quello meteorologico, ma non riescono a percepire la presenza del tempo salvifico. Dato che la posta in gioco è alta, ci si dovrebbe mostrare meno esperti nella lettura dei fenomeni naturali, per essere più lucidi nella comprensione del tempo della storia e del tempo di Dio; quest’ultimo atteggiamento sarebbe meno dannoso di quello chiamato in causa da Gesù. Poiché si

tratta, essenzialmente, della grazia della rivelazione messianica, è urgente e decisivo accoglierla nel momento stesso in cui essa si presenta, per darle tutte le possibilità di produrre i frutti della salvezza di cui è portatrice. Questo potrebbe avverarsi solo rispondendo nella libertà e obbedienza agli appelli speciali alla conversione, rivolti dal Signore in cammino verso Gerusalemme. È altresì necessario dedicare la dovuta attenzione ai segni particolari di questo tempo che la presenza di Cristo arricchisce d’una novità assoluta, facendogli assumere un’incredibile significato storico e provvidenziale per la nostra salvezza.

 

 

26 OTTOBRE 2019

Sabato, 29a Settimana del Tempo Ordinario

Feria

Rm 8,1-11

Sal 24,1b-4ab.5-6

Lc 13,1-9

 

L’insegnamento di Gesù, nel Vangelo di oggi, comincia da una notizia che gli viene riferita da persone anonime: il caso di alcuni galilei massacrati da Pilato, mentre offrivano un sacrificio nel Tempio. Non solo la condanna è eseguita all’interno delle mura del Tempio, ma, per di più, il sangue umano si vede mescolato a quello degli animali sacrificati, il che causa una grave onta e provoca indignazione. Non è chiaro il motivo per cui queste persone raccontino l’episodio a Gesù. Forse perché, essendo Gesù un Galileo, volevano metterlo in guardia, proprio come fanno poco dopo, avvisandolo della persecuzione di Erode Antipa, che voleva ucciderlo. Oppure lo stavano minacciando in modo sordido, perché, se fosse stato denunciato al procuratore romano, avrebbe potuto subire la stessa sorte; o semplicemente per il gusto dei pettegolezzi sulle tragedie altrui. Come dice il salmo: le persone che si rallegrano dei mali degli altri dovrebbero ritirarsi;

quelli che gioiscono delle infermità degli altri dovrebbero vergognarsi. Gesù non commenta l’evento, ma trae una lezione dall’atteggiamento di coloro che gli riferiscono il triste episodio: nessuno è autorizzato a interpretare la sofferenza, la malattia, gli incidenti e le tragedie degli altri come una punizione divina per i peccati commessi, ma ognuno deve considerare i propri peccati come la peggiore disgrazia, e cercare di convertirsi con un sincero pentimento. A nessuno è stata data l’autorità per giudicare e dividere le persone tra “buoni” e “cattivi”. Solo il Signore conosce tutta la verità dei nostri cuori. Gesù vuole sottolineare che gli incidenti non svelano necessariamente la gravità di qualche peccato nascosto della persona che ne è vittima, ma sono come degli avvertimenti che ci ricordano che la morte può bussare sempre, e soprattutto quando meno ce lo aspettiamo. Da questo deriva la consapevolezza che si devono

risvegliare in ognuno la necessità e l’urgenza della conversione interiore, da accettare e operare prima che sia troppo tardi. Convertirsi non perché il loro pentimento li proteggerebbe dalla morte, bensì perché la conversione mette nella buona disposizione spirituale e umana per incontrare il Signore della vita, nella totale serenità e pace del cuore. Se la conversione può liberare dalla morte, si tratta di quella eterna e non già della scomparsa fisica. L’immagine del fico piantato nella vigna suggerisce, forse, che il Regno di Dio (la vigna) è molto più grande di Israele o di Gerusalemme, rappresentati dal fico. Pertanto, Gesù, il Messia, il divino viticoltore, è venuto a cercare nella Città Santa frutti di misericordia, di giustizia e di fedeltà. Purtroppo, l’invito alla conversione non è stato accettato, gli avvertimenti non sono stati ascoltati, i segni non sono stati capiti e il tempo della grazia non è stato sfruttato. Ma prima che si verificasse la tragedia finale di Gerusalemme, lo stesso Albero della Vita, Gesù, ha accettato di essere tagliato in modo che, alla fine, la radice di tutti i mali fosse estirpata e fatta germogliare nel nostro cuore, vivificandolo

eternamente nella linfa dello Spirito Santo.

 

 

27 OTTOBRE 2019

Domenica, 30a Settimana del Tempo Ordinario

Anno C

Sir 35,15b-17.20-22a

Sal 34,2-3.17-19.23

2Tm 4,6-8.16-18

Lc 18,9-14

 

 

TUTTI A MESSA………………