Una cecità condivisa 

Resta con noi, Signore, la sera, resta con noi avremo la pace…

Quante volte ho sentito questa canzone e quanti ricordi sono ad essa legati, ma solo oggi, dopo averla ascoltata per l’ennesima volta, mi rendo conto che questi versi raccontino una pagina chiave del Vangelo.

L’ho sempre associata ad una canzone vecchia, ripetitiva e quasi noiosa, ne ho fatto oggetto di parodie, di racconti su com’era la chiesa prima del concilio e perfino una buffa traduzione in inglese, che cantai con mio cugino come Pavarotti e Domingo. Invece mi rendo conto che è l’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus, letto nella liturgia vespertina di Pasqua, su cui dobbiamo molto riflettere.

Il vangelo della mattina di Pasqua racconta di San Pietro e San Giovanni al sepolcro; si può anche provare ad immedesimarsi in loro, ma può risultare difficile; al contrario, la cecità dei discepoli di Emmaus, che lasciano Gerusalemme delusi dalla morte di Gesù, tristi per non aver partecipato ad un suo trionfo con modalità terrene, magari condito da angeli armati di spade, è una reazione molto vicina a me, nella quale facilmente mi proietto. Ed anche oggi, col testo della canzone sottomano, ancora continuavo a non riconoscerne il senso, proprio come loro, che pur camminando a fianco a Gesù, non lo riconobbero.

Eppure, il testo è così chiaro, così semplice, parla della paura del buio e della notte; tutti da bambini avevamo, sebbene in modo diverso, paura del buio, quella sensazione di non sapere cosa succede attorno a te, perché non si riesce a vedere niente, quel timore che ci faceva dire ai nostri genitori “resta con me”. E mai come oggi, vivendo questa pandemia, ci sentiamo nel buio e chiediamo al Signore “resta con me, la notte mai più scenderà”.

Ma la vecchia canzone contiene un altro passaggio importante, fondamentale per la vita e la crescita di fede di tutti noi, mi riferisco al verso “ti porteremo ai nostri fratelli”.

Infatti, restare fermi non è la cosa giusta, dobbiamo portare il Signore a tutti i nostri fratelli. La tentazione di mettere le tende e non scendere a valle (Matteo 17,1-8) è forte, ma ciò che Lui ci dona, non può essere tenuto nascosto, va portato “lungo le strade” per donare agli altri le mani e il cuore (“Voglio donarti queste mie mani, voglio donarti questo mio cuore”).

Concludo questa riflessione, in questo santo giorno, vissuto in una modalità anomala, con la certezza che il Signore ci abbia ascoltato e sia rimasto accanto a noi, prima ancora che glielo chiedessimo. Spero che possiamo continuare a riconoscerlo nei nostri fratelli da subito e, se anche non possiamo portarlo per le strade, non potendo uscire, possiamo essere a loro vicini e portare una parola di conforto o un semplice saluto a chi è ancora nel buio e nella paura per questa pandemia, come per qualsiasi altro timore; così facendo saremo sicuri ancora di più che “la notte mai più scenderà”. 

Donato Ferrara